Archive for the ‘Capire se stesso’ Category

Il contagio emotivo

Monday, September 6th, 2010

Da qualche tempo sto studiando il contagio emotivo, e sto pensando a come usarlo nella vita di tutti i giorni.

Il contagio emotivo si ha quando una persona riesce a trasferire un’emozione a un’altra.

Per esempio, io me ne sto tranquillo a lavorare e dalla porta entra una persona arrabbiata nera, sbraitando che sono un incapace e non so fare il mio lavoro. C’è contagio se io gli rispondo che è un cretino e gli puzza l’alito; viceversa sono io a contagiare lui se riesco a calmarlo e farlo ragionare.

Un altro esempio tipico è l’autobus, su cui Bertoli ha scritto pure una bella canzone:

Le domande che mi pongo sono:

  1. come posso evitare di essere contagiato da un’emozione negativa quando la incontro (rabbia, tristezza, ansia)?
  2. è lecito  “manipolare” le emozioni degli altri?
  3. fino a che punto è lecito simulare emozioni che non si provano?

Le risposte che mi sono dato sono le seguenti:

  1. quando ho un contatto con una persona che porta un’emozione negativa devo romperla con un comportamento imprevisto. Per esempio, se il collega mi aggredisce per qualcosa, lo lascio sfogare, gli dico che capisco le sue ragioni, e appena “sbollisce” comincio a concentrarmi sul problema. Le “scuse”, se è una persona intelligente, arriveranno alla fine.
  2. in ogni momento in cui interagiamo con qualcun altro lo contagiamo con le nostre emozioni. è normale quindi che chi ha più consapevolezza di cosa sta succedendo “piloti” la relazione verso un rapporto piacevole. Solo in pochi casi si manovra una relazione in modo che diventi meno piacevole (es. un interrogatorio di polizia)
  3. la discrepanza tra ciò che si prova e ciò che si esprime è ciò che rende asimmetrica l’espressione del viso di una persona, ed è tipico di chi mente. A mio avviso, desiderare di provare un’emozione non è una cosa negativa: per esempio se sono triste, mi sforzo di sorridere lo stesso. Se lo faccio, poi mi sento meno triste e mi viene da ridere per davvero. Farlo con gli altri è quasi sempre una cosa positiva, a patto che non suoni falsa.

Usare il contagio emotivo in maniera consapevole quindi è un grande potere, e come diceva Ben Parker, “da un grande potere deriva una grande responsabilità”.

La tristezza e la depressione

Sunday, April 18th, 2010

OK, questo dovrebbe essere un forum per migliorare la propria vita, non per deprimersi parlando di cose tristi.

Però anche la tristezza è un’emozione umana e va vissuta, quando è giusto che ci tocchi.

La tristezza può esistere per due motivi: perché ci capita qualcosa di brutto oppure perché siamo persone melanconiche di natura.

La tristezza si trasforma in depressione quando, prima di metabolizzare qualcosa di brutto, ci capita qualcos’altro di brutto (es. lutto + licenziamento + divorzio +  sfighe varie & eventuali); può trasformarsi in depressione anche quando un’unica cosa brutta diventa un’ossessione (es. divorzio + ex che esce col tuo amico + amici vari che ti compatiscono…).

Infine può trasformarsi in depressione se noi stessi ci arrendiamo alla tristezza stessa.

Di motivi per intristirsi nella vita ce ne sono sempre, e ognuno ha il suo motivo personale. Ma la tristezza è un sentimento che va assecondato a termine. Per esempio sulla mia pelle ho provato che la tristezza per un lutto – la tristezza profonda – va provato dal momento della morte a quello del funerale; poi, partecipando al funerale, si trasforma in una specie di menomazione (quando è morta mia nonna è stato come se mi avessero tagliato una mano), ma la tristezza è mitigata dall’accettazione, e nel giro di pochi giorni o settimane torni alla vita di sempre, anche se ogni tanto il pensiero va al caro che se n’è andato.

I problemi nascono quando si perde di vista il motivo della tristezza, e il senso di oppressione che ti “toglie la spina” dura anche quando ci si distrae.

Uscire dalla depressione non è semplice, anche perché è un’emozione a “imbuto”, cioè più scivoli dentro e più difficile è uscirne.

Per farlo occorre:

  1. forzarsi a fare cose che gli altri considerano divertenti. Per esempio, uscire di casa non rappresenta un’attrattiva per il depresso (niente rappresenta un’attrattiva, se non l’auto commiserazione); però bisogna sforzarsi di farlo
  2. chiedere aiuto ad amici e parenti: “voglio uscirne, ma non ci riesco da solo. Puoi trascinarmi per i primi tempi?”
  3. chiedere aiuto a un “esperto”: non sono un grande fan degli psicologi, ma se trovi quello giusto può essere la tua salvezza
  4. considerare la propria situazione come una temporanea non-normalità

Uno psicologo può essere di grande aiuto, ma bisogna essere convinti del suo metodo. Personalmente non andrei dallo “strizzacervelli” in stile Woody Allen, che ti inchioda al lettino per 10 anni, mentre ti fa parlare a pagamento.

Meglio un esperto di depressione con alle spalle casi di persone uscite da questo stato grazie al suo intervento. Visto che pago, ho il diritto di chiedere delle referenze.

Inoltre devo essere convinto del “piano” che vuole adottare. Essere convinti è una delle cose più difficili da fare per un depresso, ma questo fa parte degli sforzi.

La cura migliore per la depressione è… non entrarci! La tristezza va tenuta sotto controllo, per esempio ponendosi un numero di giorni oltre i quali riprendere certe attività (es. sto a casa dal lavoro tre giorni, ma poi riprendo), o, nei casi meno gravi, forzando alcuni comportamenti da persona allegra (es. se sono triste e cerco di sorridere davanti a uno specchio mi vedo ridicolo, e rido per davvero, e il problema grande diventa un problema medio).

Alcune persone sono naturalmente predisposte a grandi euforie seguite da cupe tristezze. Questa caratteristica è definita “personalità bipolare”, e non c’entra con quello che succede nella vita. Chi soffre di questo problema purtroppo può essere depresso senza un motivo esterno. Purtroppo, ad oggi non esiste una soluzione unica riconosciuta universalmente, ma esistono varie “ricette”, e ogni psicologo / psichiatra / psicoterapeuta usa la propria.

Una buona notizia è che non c’è nessuna colpa nell’avere questo tipo di personalità: ci si nasce.

Un’altra buona notizia è che si può condurre una vita “normale” riconoscendo alcuni sintomi e “tirando dritto”, anche quando l’umore spingerebbe in altre direzioni. Per es. oggi mi “sento” triste, ma “so” che devo alzarmi e andare a lavorare. Vince il “so” sul “sento”.

La prossima volta parleremo della rabbia, un’emozione molto diversa dalla tristezza, ma fatta ugualmente “a imbuto”, e altrettando pericolosa.

Tre emozioni

Thursday, April 15th, 2010

Una persona sana dovrebbe essere in grado di vivere pienamente tutte le proprie emozioni, senza sentirsi limitato.

Però ci sono tre emozioni vissute negativamente, perché sono fastidiose e perché possono portare a vere e proprie patologie.

Le tre sensazioni sono la tristezza, la rabbia e l’ansia.

Tutte e tre sono sensazioni importanti, che possono essere vissute intensamente.

Per me la tristezza è la morte di mia nonna, la rabbia un operatore di un internet provider e l’ansia un’interrogazione di Francese.

La tristezza, se prolungata, porta alla depressione, la rabbia prolungata porta all’ira e l’ansia all’angoscia.

Tutte e tre le sensazioni sono a “imbuto”, cioè più concedi a una di queste e più questa emozione si impadronisce della tua vita. Per questo può essere rischioso dare corda a queste emozioni.

E se sei già dentro il vortice di una di queste tre emozioni? Ne parlerò nei prossimi post.

Tipi d’intelligenza

Thursday, March 4th, 2010

Eccomi qui, a parlare di nuovo della mia intelligenza.

Giuro, è l’ultima volta, anche perché chi esagera con l’argomento dimostra proprio di essere stupido.

Parlavo nell’altro post di come un’etichetta appioppata da piccoli possa cambiare la vita di una persona. La mia era riflessivo e intelligente.

Col tempo mi sono interrogato su cosa significhi essere “intelligente” (se davvero lo ero, almeno volevo sapere in cosa consistesse questa caratteristica!), e così ho trovato la teoria delle intelligenze multiple, e mi è piaciuta molto.

Secondo questa teoria, esistono nove manifestazioni diverse dell’intelligenza. In pratica, un musicista è intelligente, un fisico è intelligente, ma le loro intelligenze sono di tipo diverso.

Secondo Goleman, due manifestazioni di intelligenza sono quella interpersonale (rapporti con gli altri) e intrapersonale (comprensione di se stesso).

Secondo me – non ho una preparazione teorica, ma ho capito un po’ di cose “sul campo” – le persone compensano la scarsità o l’abbondanza di un certo tipo di intelligenza con altri tipi.

In questo modo, è davvero difficile trovare una persona “totalmente stupida”, perché i suoi limiti nelle capacità di un certo tipo sono compensati dall’esercizio di un altro tipo di intelligenza che lo aiuta a “sopravvivere”.

Goleman contesta duramente i test di intelligenza classici, che evidenziano la capacità di vincere una partita a scacchi, ma non quella di convincere qualcuno a votare questo o quello, oppure quella di capire cosa fa stare così male se stessi.

E io sono d’accordo con lui, anche se questo significa evidenziare soprattutto i miei limiti.

Un giorno parlerò anche di come la mia vita è cambiata applicando solo un minimo di quella intelligenza di cui parla Goleman, e di come questo ha cambiato la mia persona.

Etichette

Monday, March 1st, 2010

Quando un bambino è piccolo – 4-5 anni – spesso i genitori e i maestri dell’asilo appicciano un’etichetta che resterà per tutta la vita.

A me era andata benino: ero riflessivo e intelligente.

Insomma, un buon candidato per l’Asperger, quasi un autistico.

Nella vita mi sono trovato poche volte a dubitare della mia intelligenza, se per “intelligenza” intendiamo la capacità di risolvere problemi di logica e matematica. Non un genio, quella è un’altra cosa, ma quanto basta per sopravvivere.

Eppure gente più intelligente e riflessiva di me nella vita ha avuto meno successo di altri, che magari alle elementari avevano come etichetta “compagnone”, oppure “commerciante”.

Ad un certo punto della vita ho capito che dietro l’etichetta “riflessivo” ci stava una scarsa propensione ai rapporti sociali, e ho capito che i rapporti sociali sono fondamentali per il proprio appagamento e per il successo.

Dovevo liberarmi di questa etichetta. Così ho cominciato a forzare un po’ il mio comportamento, per trasformare in abitudine l’interessamento agli altri.

La morale di tutta questa storia è:  è possibile liberarsi delle etichette, ma questo richiede molta fatica.

In realtà ho un’altra etichetta appiccicata addosso, ma ne parlerò in un altro post, perché – al contrario del riflessivo e intelligente – nessuno me l’ha mai detta esplicitamente.

Vorrei sapere quali sono le etichette appiccicate a te che leggi: parlandone in giro ne ho sentite di davvero curiose!