Il 27 Gennaio è stato il giorno della memoria.
Ho discusso molto con persone che stimo sul significato di questo giorno, e per me non è né il giorno della memoria né il giorno in cui penso alla gente morta nei campi di concentramento.
Non è il giorno della memoria, perché sono troppo giovane per ricordare la guerra: sono nato 22 anni dopo la sua fine!
Sento ancora oggi le conseguenze di quel terribile periodo, ma per me è un capitolo chiuso, anzi mai aperto. Prima o poi la seconda guerra mondiale diventerà lontana, come la prima, e poi ancora più lontana, come quando Napoleone invase la Serenissima. Per me è già così.
Per me Auschwitz è storia, ma non è meno importante: è storia da capire, ed è la storia che ha più influenzato il presente.
Il 27 Gennaio non è nemmeno il giorno in cui penso alla gente morta nei campi di concentramento. Ho visto Schindler’s list, il pianista, la vita è bella e altri film in cui si racconta la non-vita degli ebrei, e man mano che crescevo la mia attenzione si spostava alle SS: quelle che nei film scadenti sono descritti come brutti ceffi vestiti di grigio che urlano e sbraitano.
Penso: “quello sono io”. Poi penso: “no, io non sarò MAI così cattivo”. Poi penso: “sei sicuro?”.
Per me questa è un’occasione per pensare a chi, intorno a me, è una potenziale SS: creduloni che abboccano a tutto quello che gli viene raccontato, gente convinta di essere migliore in quanto appartenente a una specie diversa, smidollati che sanno solo dire sissignore e fare flessioni.
Quando avevo 13 anni ero uno di questi; ho abboccato a un sacco di storie, senza mettere un po’ del mio cervello in quello in cui mi facevano credere: a 13 anni sono stato un fascista e un estremista cattolico, tutto per breve tempo, finché non ho capito con la mia testa se era giusto o sbagliato.
Alcune SS nei campi di concentramento avevano 20 anni scarsi, e la loro testa era farcita di idee sbagliate. Poi loro hanno fatto altre scelte, sbagliate pure quelle, perché non vedevano con i loro occhi e non pensavano con la loro testa. Il fatto è che la responsabilità delle azioni resta comunque tutta loro, al 100%!
Ci sono attorno a me frotte di persone che non vedono l’ora di poter delegare agli altri delle decisioni importanti della propria vita: “mamma vuole che diventi medico”, “sto con lui perché senza di me sarebbe perso”, “eseguivo solo degli ordini”, “lo voto perché lo votano tutti”…
Prendere delle decisioni che riguardano se stessi comporta sensibilità (per capire cosa si desidera), intelligenza (per capire come ottenerla), empatia (per capire se ottenere qualcosa significa danneggiare gli altri) e responsabilità. Senza questa sarà sempre possibile incolpare gli altri per le proprie disgrazie! Però secondo me è meglio vivere con scelte giuste e sbagliate, ma sempre proprie che vivere delle scelte degli altri e in cambio guadagnare il diritto alla recriminazione.
Solo l’esercizio a queste quattro caratteristiche – sensibilità, intelligenza, empatia e responsabilità – mi può distinguere da una SS. Se mi eserciterò per pensare con la mia testa onorerò il ricordo dei morti nei campi di concentramento ogni giorno della mia vita, e in maniera più attiva che guardando film o facendo girare catene di Sant’Antonio.